VERITÀ NASCOSTE – Capitolo 2

Steve

Sto tamburellando con le dita sulla scrivania da diversi minuti, ormai.

Ho preso il telefono e poi riattaccato subito diverse volte, questa mattina, indeciso sul da farsi.

Sono passati tre giorni dalla festa a casa di Walsh e non ho smesso un attimo di pensare a quella donna.

Mikaela.

Lo mormoro sottovoce, accarezzandolo con la lingua.

Di colpo mi tornano in mente i suoi occhi scuri, i capelli fluenti. La sensazione della sua pelle sotto le dita, quando abbiamo ballato quel tango.

Il suo profumo, delicato.

Dolce.

Deglutisco e subito dopo scuoto la testa, sentendomi come uno sciocco adolescente.

Che diavolo, sono il procuratore di Washington in carica e un avvocato in gamba! Sono un uomo acuto e sveglio, ho incastrato decine di criminali, con colpi da maestro degni dei migliori romanzi gialli, eppure…

Eppure, non sono in grado di trovare una sciocca scusa per rivedere lei.

Mi gratto la corta barba sul mento, pensieroso.

Vediamo.

Potrei appostarmi sotto il Dipartimento di Stato dove lavora e attendere che esca, con una scusa potrei avvicinarla, le chiederei di bere un caffè insieme.

Sì, e poi?

No, troppo banale.

Sorrido sarcastico, perché fino a un anno fa non avrei creduto possibile di sentirmi attratto di nuovo da una donna, dopo tanto tempo. Non dopo Roxy, non dopo tutto il dolore che avevo provato.

Eppure, questa donna misteriosa sta risvegliando il mio corpo, la mia mente.

Mi sta spingendo a provare di nuovo, a tentare. Perché dentro di me qualcosa mi dice che ne varrà la pena.

E ora il mio solo scopo è attirare la sua attenzione, colpirla, lasciarle il segno.

Rifletto.

A ritroso ripenso a come si sono svolti gli avvenimenti di sabato sera, all’improvviso un particolare mi fa venire un’ottima idea e le mie labbra si piegano in un sorriso.

So cosa fare.

Prendo il telefono e sollevo la cornetta, ma questa volta non per chiamare il Dipartimento di Stato.

Mikaela

Finalmente anche questa interminabile giornata è conclusa, mi allungo con le braccia verso l’alto e inarco la schiena, per distendere le membra stanche e indolenzite.

Sono al lavoro da due giorni per organizzare il matrimonio di Nick e Michelle e finora non ho fatto altro che correre da una parte all’altra e telefonare a chiunque: fioraio, partecipazioni, ristorante.

Sbuffo e mi abbandono sulla poltrona di pelle, riflettendo sul fatto che dovrei essere felice.

Questo è il lavoro che ho sempre amato e sto organizzando il matrimonio dell’anno, ma da quando Nick mi ha comunicato la notizia sabato sera, il mio stomaco si è chiuso in una morsa.

Finirò sui giornali.

E non devo finire sui giornali, non posso. Sarebbe la fine, per me.

Chiudo gli occhi, cerco di respirare piano e soffocare il senso di terrore che mi sta salendo dalla bocca dello stomaco.

Un lieve bussare alla porta me li fa riaprire subito.

«Avanti!» ordino a chiunque si trovi al di là. Osservo con attenzione la porta aprirsi e la testa di Emily Fisher, con un sorriso scherzoso, fa capolino.

«Miky?» Si sporge appena e mi sventola un pacchetto quadrato, avvolto in una carta rossa e un nastro di tulle dorato. Avanza verso di me con un sorriso compiaciuto sulle labbra e uno sguardo comprensivo. «È appena venuto un corriere, ha consegnato questo per te. E dopo una giornata come questa ti ci voleva proprio, cara.»

Lo posa davanti a me sulla scrivania e io lo osservo dubbiosa, non riuscendo a immaginare di chi possa essere.

«Chi lo manda?» chiedo a Emily, con aria interrogativa.

«Non lo so, il fattorino che l’ha portato non l’ha detto. Io me ne stavo andando e l’ho incontrato alla reception, che lo stava consegnando alle ragazze dell’accettazione. L’ho ritirato io al tuo posto, ma purtroppo non aveva nessun biglietto allegato.»

Aggrotto la fronte. «Ti ringrazio, Emily.» Prendo il pacchetto e lo rigiro tra le dita, dubbiosa se aprirlo o no.

«Figurati.» Lei si aggiusta la borsetta sulla spalla e mi fa un cenno di saluto. «A domani, cara. Cerca di non far troppo tardi.»

«Sì, a domani» le rispondo frettolosa, mentre con la coda dell’occhio noto la sua ombra che lascia il mio ufficio.

Osservo il pacchetto, lo prendo tra le dita e lo capovolgo, tocco il nastro in tulle. Esamino sia la carta sia il nastro, e sono di fattura pregiata.

L’abbinamento è di gusto e il negozio dove è stato confezionato deve essere di gran classe.

Inspiro a fondo.

Non può essere stato lui, a mandarlo.

Non può avermi trovata… vero?

A quel pensiero un brivido mi percorre la schiena.

Lo ricaccio indietro, inspiro di nuovo e con decisione prendo gli estremi del nastro, li tiro con lentezza e sciolgo il nodo. Lo metto da parte, giro il pacchetto e stacco la carta rossa che lo avvolge.

Scopro una scatola, anch’essa rossa, dove il marchio Swarovski svetta al centro.

«Oh, porca…» mi trattengo dall’imprecare contro chiunque sia stato il pazzo che l’ha spedito, ma la curiosità ormai è bruciante.

La apro e vi trovo all’interno una bustina di velluto nera e un biglietto bianco, piegato in due.

Lo apro con le mani che tremano, quando leggo cosa vi è scritto mi sfugge un sorriso.

 

Un piccolo pensiero per te.

Perché il magnifico spettacolo a cui ho assistito sabato non sia mai più riservato a nessun altro.

Steve

 

Scuoto la testa, mentre prendo la busta in velluto e sfilo l’oggetto racchiuso all’interno. Uno specchietto da borsetta, argenteo e sottile, mi brilla tra le mani, prezioso e davvero splendido.

Un lato è ricoperto di cristalli colorati, non troppo appariscenti e tondi al tatto. I colori variano dal viola chiaro al lilla, alcuni sono trasparenti. È un oggetto fine e delicato, di un gusto pazzesco.

Sollevo gli occhi al cielo, pensando a come dovrei comportarmi ora con quell’uomo.

Devo ringraziarlo per forza, ed era questo il suo scopo, ne sono certa.

Mettermi in condizioni di chiamarlo.

Che stronzo.

Mi picchietto le labbra con le dita, cercando una soluzione. Non ho nessuna intenzione di chiamarlo e non ho nessuna intenzione di rivederlo. E ancor meno voglio dargliela vinta.

Sorrido perfida, in effetti qualcosa c’è, che posso fare. Se pensa di giocare al gatto con il topo, con me, si sbaglia di grosso.

E a maggior ragione, in questo momento non posso certo permettermi di flirtare.

Con nessuno.

Steve

Non appena la mattina seguente rientro in ufficio mi rabbuio subito e intuisco all’istante che oggi sarà una pessima giornata.

Mi siedo alla mia scrivania e osservo serio il regalo che ho inviato a Mikaela il giorno prima: è lì sul mio tavolo, in mostra, che mi fissa truce.

Faccio alcuni profondi respiri, mi allento la cravatta e senza attendere oltre, lo afferro, tolgo la carta in cui è stato avvolto in modo sbrigativo – la stessa in cui era stato impacchettato con cura in negozio il giorno prima – e trovo un biglietto all’interno.

Lo afferro tra le dita e lo leggo, mi strappa un sorriso amaro. Di nuovo, solo frasi di circostanza.

 

Grazie per la sua gentilezza, signor Marshall, ma non posso accettarlo.

Mikaela Moore.

 

Scuoto la testa e lo ripongo al suo interno, mi gratto il mento pensieroso.

Una riga di scuse molto formale, fredda e distaccata. Ed è passata addirittura a darmi del lei.

Come se nulla fosse accaduto, come se quel ballo, quegli sguardi e quei sospiri… non fossero mai esistiti.

Mi passo le mani tra i capelli con un gesto nervoso, meditando sul da farsi.

Se pensa di liquidarmi in questo modo si sbaglia di grosso. Ho sentito il suo corpo, l’ho sentito rispondere al mio, ne sono certo.

E non intendo cedere.

Mi alzo in piedi e guardo l’orologio, faccio due veloci calcoli. Ho una riunione tra due ore, farò in tempo. Prendo il pacchetto ed esco dal mio ufficio, mi dirigo in fretta verso gli ascensori.

«Annie, esco un momento per una commissione. Torno subito.»

«Certo, a dopo!» sento la mia segretaria rispondermi, anche se ormai sono già lontano.

Dopo pochi minuti, sono sulla mia auto che corro verso il Dipartimento di Stato, sotto le note graffianti di Time is running out dei Muse che invadono il mio abitacolo e mi convincono a insistere.

Ancora.

Mikaela

«Che significa che la sala non è più disponibile?» alzo la voce, spazientita. «Mi avevate dato la conferma ieri, su questo punto mi pare non ci fosse altro da dire!»

«Mi scusi, purtroppo la mia collega aveva già preso una prenotazione mezz’ora prima e io non lo sapevo…» mi mormora la donna al telefono, mortificata. «Gli altri clienti hanno anche già versato la caparra, non posso disdire.»

Chiudo gli occhi, mi massaggio la tempia nervosa. «Lasci stare, mi organizzerò in un altro modo. Arrivederci.» Interrompo bruscamente la comunicazione e appoggio forte la cornetta.

Mi massaggio anche l’altra tempia, con gli occhi chiusi.

Sta andando tutto storto, stamattina.

Come al solito sono rimasta imbottigliata nel traffico, e proprio oggi che volevo iniziare presto. Di conseguenza, non ci sono riuscita e ho dovuto fare tutto di corsa.

E ora questa bella notizia.

La sala del Sofitel Hotel è andata, devo trovare un’altra location e non mi resta molto tempo. Inizio a pensare, sbuffo nervosa e senza accorgermene parlo a voce alta.

«E adesso a chi diavolo mi rivolgo? Brutti stronzi…»

«Mi compiaccio che anche la tua giornata sia pessima, da quello che vedo anche peggio della mia.» La voce maschile che interrompe i miei pensieri mi fa trasalire.

Apro gli occhi e uno Steve Marshall accigliato mi sta fissando, in piedi sulla porta del mio ufficio. Ha tra le mani la scatola incriminata, avanza di un passo ed entra, chiudendosi la porta alle spalle.

«Grazie tante» sibilo in tono sarcastico. Mi drizzo con la schiena e riporto l’attenzione sulla mia scrivania, sommersa dalle carte. «Mi faccia il favore di andarsene e chiudiamola qui. Le ho già detto tutto quello che le dovevo dire, signor Marshall.»

«Beh, io no.» Si avvicina a me con poche falcate, in un istante la scatolina rossa torna sotto i miei occhi, le mani forti di lui si appoggiano al bordo della mia scrivania e i suoi occhi penetranti mi fissano al di là del tavolo. «E tu ora mi ascolterai.»

Sollevo gli occhi, con uno sguardo di sfida. «E se non volessi farlo?»

«Ah, smettiamola con questa farsa…» mormora accattivante. Scuote la testa e si sporge verso di me. «Sappiamo entrambi che c’è dell’attrazione tra di noi, non puoi negarlo.»

«Non mi interessa.» Serro le labbra e lo fisso a lungo, seria.

Lui stringe gli occhi e mi osserva per qualche istante, come per studiarmi. Fa un sospiro nervoso e in un attimo fa il giro della scrivania, arriva al mio fianco e volta la mia sedia verso di lui.

Si china su di me, appoggiandosi ai braccioli della mia poltrona.

La distanza tra i nostri visi è ora di pochi centimetri e pur non volendo inalo il suo respiro.

È inebriante.

«Raccontalo a qualcun altro, Mikaela…» mi mormora con voce bassa. I suoi occhi color del ghiaccio sono magnetici, schiude le labbra e vi passa sopra la lingua, lentamente.

È un duro colpo al mio freddo ventre.

«La smetta, subito» gli ordino con voce perentoria, senza ammettere repliche. Lo fisso negli occhi con sfida, con durezza.

«Non ci penso nemmeno.» Lui scuote la testa, con un sorriso beffardo. «Non mi sbaglio su di noi, Mikaela.»

«E invece si sbaglia, non c’è nessun noi» gli dico con durezza.

In tutta risposta lui si avvicina a me, inspira a fondo. Chiude gli occhi e si lascia sfuggire un gemito, roco e carico di desiderio. «Dio, Mikaela…»

Istintivamente mi allontano da lui e premo la schiena contro la poltrona, come per cercare di mettere distanza tra di noi. Questa cosa non va bene e la piega che sta prendendo non mi piace affatto. Ora non posso permettermelo, non posso…

«La smetta, la prego. Mi sta mettendo a disagio» gli mormoro con un lieve tremito nella voce.

Lui apre gli occhi e li sbatte appena, come incredulo. Si alza di scatto e drizza la schiena, osservandomi dall’alto. Osserva le mie mani attento, nota che tremano.

Scuote la testa, con un’espressione mortificata. «Scusami, Mikaela.»

«No, mi scusi lei. Io… sono molto nervosa, ultimamente.»

Lo guardo curiosa, in attesa della sua prossima mossa. Mi attendo domande a cui non voglio e non posso rispondere, ma con mia enorme sorpresa un sorriso smagliante prende forma sulle sue labbra.

Si volta verso la mia scrivania, osserva curioso le carte che la ricoprono. «Allora, dimmi… il matrimonio dell’anno ti sta dando del filo da torcere?»

Sorrido e mi sfugge un sospiro di sollievo, gli sono davvero grata per aver alleggerito l’atmosfera, cambiando discorso. Dentro di me so che l’ha fatto intenzionalmente.

Corro con lo sguardo sui fogli sparsi e sbuffo dal naso, rido nervosa. «Può dirlo forte.» Mi giro con la poltrona e mi appoggio con i gomiti alla scrivania, mentre lui si allontana da me.

Gira intorno di nuovo al tavolo e si siede sulla sedia che c’è di fronte a me. «Che succede?»

«Ho appena perso la sala per il ricevimento, a causa delle disattenzioni del loro personale. Trovarne un’altra è difficile, ora, e io non so che fare.» Scuoto la testa e lo guardo angosciata.

«Accidenti, è un bel problema» commenta lui e inarca un sopracciglio, perplesso. «Mancano solo dieci giorni…»

«Non ricordarmelo!» esclamo spazientita. Mi butto indietro con la schiena e mi appoggio alla poltrona. Mi accorgo che sono passata a dargli del tu, ma non me ne importa niente.

Ormai sono esausta.

Lui mi fa un lieve sorriso. «Senti… lo vuoi un consiglio da profano?»

Lo guardo curiosa. A volte le idee migliori vengono proprio da chi non è del settore e ormai non ho niente da perdere. «Avanti, spara.»

«Perché non lo fai a casa sua, scusa?» mi dice con semplicità, sollevando le spalle. «Ha una sala ricevimenti degna del migliore dei ristoranti di lusso.»

«Ci avevo già pensato, ma organizzare un banchetto di nozze in un’abitazione privata non è così semplice, credimi» mormoro e scuoto la testa, amareggiata. «Le cucine e il personale di Nick non sono all’altezza e richiedere un servizio di catering non mi soddisfa, non so se…»

«Fai un po’ e un po’.»

Lo guardo perplessa. «In che senso?»

«Senti un’agenzia di catering, chiedi loro di preparare in anticipo alcuni piatti, che potranno in seguito terminare i cuochi di Walsh. Chiedi loro di fornirti le tovaglie, i tavoli e di addobbare la sala. Concilia le due cose a seconda di quello che vuoi e che cerchi.»

«In realtà mi piacerebbe moltissimo creare un banchetto di nozze con un po’ di Irlanda e un po’ di Italia.» Gli sorrido e comprendo in quell’istante che l’idea non è per niente male. «In quel modo potrei…»

«Fare i piatti che preferisci, coordinare il tutto con la cucina di Nick. Ma avere un aiuto esterno.»

È un’idea geniale, devo dargliene atto. «Grazie.»

«E di che?» Steve si alza in piedi, si aggiusta la giacca e guarda l’orologio con un gesto veloce. «Purtroppo, non ho molto tempo, devo andare. Ho una riunione, tra poco, molto importante, il dovere mi chiama.»

«Già, anch’io devo rimettermi al lavoro, e come prima cosa chiamerò subito per il catering.» Sollevo lo sguardo verso di lui, stringo gli occhi. Devo fare un’ultima cosa.

Allungo una mano sulla scatola di fronte a me, per restituirgliela.

«Non provarci.» Il suo tono è perentorio, deciso. «È un regalo. Non rifiutarlo, per favore.»

«Non posso tenerlo, io…»

«Invece puoi, e devi» mi intima serio, senza ammettere repliche. «Ci vediamo.»

«Certo, sabato prossimo. L’invito ti arriverà a breve.» Lo guardo con intensità, ripensando al ballo che abbiamo condiviso solo poche sere prima.

Come se mi avesse letto nel pensiero, lui mi fa un sorriso soddisfatto. «Non vedo l’ora e spero che anche stavolta ci sarà buona musica.» Senza attendere oltre mi fa un lieve cenno, con il mento. «A presto, Mikaela.»

«Sì… a presto.» Lo guardo uscire dalla porta, senza riuscire a fermare il calore che mi si è irradiato nel ventre mentre con la sua voce accarezzava il mio nome.

Mikaela.

Lo ha detto con un tono, una morbidezza… che mi è entrata dentro.

Faccio un triste sospiro.

Quell’uomo è pericoloso, molto pericoloso.

Devo stare attenta e tenerlo alla larga il più possibile, perché finire tra le sue braccia ora sarebbe un errore.

Un gravissimo errore.

continua…

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Questo racconto è di proprietà di Samy P., è protetto da copyright e ogni riproduzione dell’opera, parziale o integrale, è vietata. È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti, in qualsiasi forma, non autorizzata espressamente dall’autrice. Tutti i diritti sono riservati ©. L. 633/1941. Questo racconto è un’opera di fantasia di Samy P. Ogni riferimento a persone reali esistenti o esistite, fatti, luoghi o avvenimenti è del tutto casuale ed è frutto dell’immaginazione dell’autrice che ne ha fatto uso al solo scopo di dare maggiore veridicità alla storia.

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